Quel che non si dice di Lady D: una donna, un’attivista sociale prima ancora di una principessa

Quel che non si dice su Lady D, una donna, un’attivista sociale prima ancora di una principessa

Oltraggiata da un adulterio, straziata dal fallimento del matrimonio, tartassata da giornalisti avvoltoi, ridotta a oggetto di scherno da riviste e mass media, vittima della depressione, risucchiata dalla bulimia. Sono questi i tanti e ordinari spregi con cui si è conservato e stereotipato il ricordo della  Principessa del Galles, ma non di quel che era in realtà Diana Spencer, una donna semplice e di sani valori, prima ancora dell’essere un membro della casata reale d’Inghilterra.

Proveniente da un’umile famiglia di stampo britannico, Diana entra sulla scena mondiale in seguito al suo “Sì” pronunciato alla proposta di fidanzamento del Principe Carlo. Il tradimento del coniuge e l’inevitabile avventarsi dei giornalisti assetati di gossip segnerà lo sconforto e il malessere della principessa, che nonostante ciò saprà trovare, seppur con molta difficoltà, la forza di reagire. Sarà infatti la resilienza e il suo coraggio ad addentrarla nell’impegno sociale.

Madrina di innumerevoli enti di beneficenza, Diana si prende cura dei malati, tra cui affetti da AIDS e lebbrosi; si interessa del benessere dei giovani e degli anziani, dei senzatetto e dei tossicodipendenti; appoggia campagne per la difesa degli animali e contro l’uso delle armi. Si presenta come un uragano di vita rassicurando e stando vicino a quanti, invece, si erano rassegnati alla speranza di vivere.

Ormai inarrestabile, si reca a Calcutta dove prosegue le visite ai malati con Madre Teresa e in Angola, per promuovere una campagna mirata al bando delle mine antiuomo.

E non finisce qui, anzi, l’elenco delle attività sociali, in cui Diana si impegnò senza tregua, sarebbe stato ancora lungo se soltanto l’incidente stradale, avvenuto il 31 Agosto di ventitré anni fa, non avesse strappato via l’anima e il sorriso di una instancabile benefattrice di cui oggi, in particolare, non possiamo non custodirne il ricordo che merita.

Il ricordo di una donna la cui nobiltà d’animo è al di sopra di quella conferita da un qualunque altro titolo anche regale che sia, di una irrefrenabile attivista sociale, di una amabile e immemore Principessa, degna di essere chiamata tale anche senza indossare una corona.