La poetessa Rachel Bluwstein, uno dei primi autori a scrivere in ebraico

Rachel Bluwstein, una delle prime poetesse ebraiche
Rachel Bluwstein, rappresentata anche sulla banconota da 20 shekel

Le donne, come ho spesso sottolineato, sono l’asse portante della società e negli ultimi anni c’è stata una rilevante rivalorizzazione delle poetesse vissute nei secoli scorsi, spesso dimenticate. Una di loro è proprio Rachel Bluwstein, non molto conosciuta in Italia.

Rachel Bluwstein, tra tradizione ed innovazione

Rachel Bluwstein era una intellettuale di origini ebraiche nata in Russia, vissuta tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Le sue prime poesie furono scritte proprio in lingua russa ma il suo sogno era sempre quello di padroneggiare l’ebraico e di ritornare nella sua terra. Questo amore per il suolo natio le permise di far emergere la sua indole nazionalista, così nel 1909, insieme alla sorella, si recò in Terra di Israele.

In quegli anni, quel territorio era stravolto da spinte indipendentiste e le ragazze erano pronte ad essere compartecipi della costituzione dello stato ebraico. Si misero subito all’opera: studiarono la lingua ebraica e per sostenersi lavorarono in un asilo.

Rachel inoltre si iscrisse ad una scuola agricola femminile presso il Lago di Tiberiade e continuò gli studi alla facoltà di agronomia all’Università di Tolosa; questa scelta fu dettata dal movimento sionista, che vide nell’eroico pioniere ebreo la figura portante per la costruzione del nuovo stato; il pioniere (come quelli di origine europea che conquistarono l’America) è una parola di derivazione francese appartenente al lessico militare indicante dapprima il soldato del genio, una sorta di ingegnere militare, in seguito invece l’esploratore: su questi due significati si basa il senso del pioniere ebraico, militante e esploratore, finalizzato a ricostituire il territorio ebraico.

Le donne, che erano sempre considerate inferiori in relazione a questo progetto, dovevano dedicarsi o alla tessitura o all’agricoltura ma alcune, tra cui Rachel, decisero di andare contro questa mentalità e produrre testi letterari: furono proprio esse che, conoscendo l’ebraico, riuscirono ad innovarlo, essendo ancora grammaticalmente e sintatticamente immutato da quando fu scritta la Bibbia, in quanto era considerato il linguaggio emanato da Dio e quindi intoccabile.

Quando scoppiò la Prima Guerra Mondiale, la poetessa fu costretta a ritornare in Russia, dove insegnò ai piccoli immigrati ebrei. Purtroppo il freddo, la fame ed il lavoro intenso le procurarono la tubercolosi. Senza perdere la speranza, scappò via subito dopo la guerra per far ritorno alla sua Terra di Israele. Continuò a lavorare con i bambini e viaggiò ma il 16 aprile 1931, ad appena 40 anni, la malattia la stroncò. Nel 2011 finalmente il suo volto appare su una banconota israeliana (in foto), segno di una presa di coscienza dell’importanza di questa scrittrice.

Uno nuovo modo di scrivere poesia

Le sofferenze patite in vita, tra cui quella di non esser potuta diventare madre, furono trascritte in elegie dallo stile semplice e colloquiale, tanto belle che sono diventate canzoni. Nei sui versi traspaiono le influenze dell’acmeismo russo (corrente letteraria nata nel 1910 che prevedeva una poesia concreta e non simbolica), dell’imagismo (corrente linguistica sorta intorno al 1915 che proponeva un linguaggio poetico semplice e chiaro) e della letteratura biblica.

Proprio al testo sacro fanno riferimento alcune protagoniste dei suoi componimenti, come Rachele, seconda moglie di Giacobbe, o Mikal, consorte di Davide. Scrisse anche la commedia Soddisfazione mentale. Purtroppo non ci sono traduzioni contemporanee dell’opera della poetessa ma solo testi in ebraico, inglese e tedesco. Se volete qualche indicazione bibliografica potete partire dallo studio di Giovanni Borriello La poesia di Rachel Bluwstein. Il fascino ingannevole della semplicità, Orientalia Parthenopea, XVII 2017. La poesia è tratta dal sito Poetarum Silva.

E Forse Queste Cose Non Furono Mai
E forse queste cose non furono mai
E forse
Non mi svegliai mai all’alba per lavorare
l’orto col sudore della mia fronte?

Mai, nei giorni lunghi e abbaglianti
del raccolto
sulla cima di un carro carico di covoni
diedi la mia voce al canto?

Mai mi purificai nella celeste calma
e nella sincerità
della mia Kineret… oh, mia Kineret,
sei esistita, o ho fatto un sogno?

Non avendo il testo originale e dovendo analizzare la poesia solo sulla traduzione di Amalia Stulin mi soffermerò esclusivamente sul contenuto. A livello stilistico, abbandonato lo stile biblico, dotto ed allusivo, abbiamo un linguaggio molto semplice e l’interrogativa retorica forse che mai indicante che ciò che è raccontato è qualcosa di reale e non immaginario.

Il contenuto richiama chiaramente l’idea del lavoro agricolo come elemento essenziale per la vita dell’uomo: esso crea indubbiamente fatica, non mi svegliai mai all’alba per lavorare l’orto col sudore della mia fronte vv. 3-4, ma anche momenti di spensieratezza, mai, nei giorni lunghi e abbaglianti del raccolto sulla cima di un carro carico di covoni diedi la mia voce al canto? vv. 6-8.

La proprietà agricola nel villaggio di Kimeret ha donato a Rachel una sorta di purificazione interiore, mai mi purificai nella celeste calma e nella sincerità della mia Kineret vv. 9-11, tanto da sembrarle solo un meraviglioso sogno, v. 12. Come in quei cd dove si ascoltano i suoni della natura per allentare la tensione del vivere quotidiano o allontanare la tristezza ed il dolore, così la natura per lei ha un significato catartico e di rinascita. Chissà se anche voi nel cuore portate una Kineret segreta…