Re Lear di William Shakespeare nella versione di Peter Brook del 1962

Paul Scofield protagonista del Re Lear di Brook
Paul Scofield protagonista del Re Lear di Brook

In quest’opera shakespeariana Re Lear, andato in scena a Londra per la regia di Peter Brook nel 1962 e che ebbe come protagonista l’attore britannico Paul Scofield, la neutralità morale di Re Lear, il modo in cui è presentato, come un vecchio despota ipocondriaco che si meritava una lezione da parte di Goneril e Regan; Brook aveva equilibrato la bilancia, facendo si che i personaggi non erano né “cattivi” né “buoni”.

Non erano condannati dal vizio o sospinti dalla premeditazione: erano semplici persone, varie manifestazioni della “cosa in sé”. Non era loro permessa molta nobiltà; costretti in pose sgraziate, messi alla berlina, o rovesciati sul dorso per essere sottoposti alla tortura.

Nella chiave della crudele, spietata uguaglianza di Brook; il suo Lear è amorale perché si colloca in un universo amorale. Ma in generale il tono è freddo e distaccato come quello di Albany, quando apprende che Regan e Goneril sono morte.

La chiave dell’interpretazione di Brook può essere trovata in un saggio paragonando Lear a Finale di partita di Beckett; In breve, la sua posizione è che Beckett e Shakespeare hanno più cose in comune tra loro di quanto l’uno o l’altro abbia col teatro romantico e naturalista che storicamente li separa. Anzitutto hanno il senso del grottesco, dell’assurda diversità tra l’idea dei valori assoluti e il fatto della fragilità umana.

La tragedia in senso catartico scoppia solo quando ci sono dei destini, leggi di natura o principi morali prestabiliti ai quali si possano opporre le azioni di un uomo e attraverso i quali esse possano essere giudicate. Dove non esistono simili assoluti, l’effetto non è tragico ma grottesco.

A mio parere, la situazione di Re Lear si può benissimo confrontare con quella di Omero. La descrizione del palazzo di Ulisse, quando l’eroe ritorna e trova Penelope con i suoi pretendenti, appartengono allo stesso mondo.

Ci sembra primitivo perché è situato in tempi remoti ed è anche il mondo di un popolo con uno sviluppo fisico forte e rude. Ma la descrizione del mobilio, dei letti coperti dalla biancheria più fine, dei profumi, dei bagni, delle grandi porte di rame, dei cibi, delle bevande rivela l’esistenza di una grande civiltà.

Bisogna accettare quindi un Re Lear barbaro e rinascimentale allo stesso tempo: ma si tratta di due periodi contradittori. Ma non voglio riprendere, per carità, la storia del re con un buffone e delle figlie crudeli. In un certo senso la tragedia è talmente superiore a qualsiasi impianto storico che la si può paragonare a un’opera moderna come potrebbe scriverla Beckett.

Chi conosce l’epoca di Aspettando Godot? Accade nei nostri giorni e ha il suo tempo nella realtà. Ciò è essenziale anche per Re Lear, perché Re Lear rappresenta per me l’esempio chiave del teatro dell’assurdo, dal quale si è ricavato tutto ciò che c’è di buono nel dramma contemporaneo.

Lo scopo dell’impostazione è di semplificare in modo da mettere in risalto le cose che contano, perché l’opera è già abbastanza difficile senza aggiungere i nuovi problemi che sarebbero portati da una scenografia romantica. Si giunge quindi alla conclusione che ho sempre sostenuto, vale a dire che bisogna cadere nell’anacronismo, deliberatamente.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta