Il reato di epidemia dolosa, epidemia colposa e pandemia da Coronavirus

Il reato di epidemia dolosa
GIORDANI
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La salute pubblica è un bene di rilevanza costituzionale (art. 32 Cost.) e nel settore della salute pubblica il nostro legislatore vuole evitare che una malattia infettiva su un certo numero di individui possa colpire altri e la sicurezza delle condizioni di salute della collettività.

Il delitto di epidemia rappresenta il cardine delle norme a tutela dell’incolumità pubblica, ed il reato di epidemia colposa si attua allorquando colui che, consapevole di aver contratto un virus, continui a circolare liberamente diffondendo la malattia per negligenza o imprudenza, senza cioè osservare le disposizioni precauzionali imposte dalle Autorità (epidemia colposa – art. 452 c.p.).

L’epidemia dolosa invece è descritta dall’art. 438 c.p. e si ritiene integrata allorquando la condotta del reato di epidemia, che consiste nella diffusione dì germi patogeni, cagioni un evento definito come la manifestazione collettiva di una malattia infettiva umana che si diffonde rapidamente in uno stesso contesto di tempo in un dato territorio, colpendo un rilevante numero di persone. Il danno derivante ed il pericolo costituiscono la malattia come fatto iniziale di ulteriori possibili danni ovvero il sostanziale pericolo che il bene giuridico protetto dalla norma (incolumità e salute pubblica) possa subire lesioni. Per cui si definisce il delitto di epidemia un reato di evento a forma vincolata dovendo il reo cagionare l’epidemia con un comportamento atto alla diffusione di germi patogeni.

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Oggi l’attualità ci porta a dover affrontare il Coronavirus e si stanno verificando tutte le procedure idonee al fine di scongiurarne il contagio negli ospedali .

L’emanazione dei provvedimenti del Governo italiano (DPCM del 09 marzo 2020) al fine di scongiurare il dilagarsi del Coronavirus ha prodotto l’estensione della “Zona Rossa” su tutta l’Italia al fine di ottenere il contenimento sociale con regole più decise ed il successo del contenimento della zona di Codogno, dove, secondo le ultimissime notizie, non si è verificato nessun nuovo contagio a seguito di una quarantena fatta seriamente.

Le pene cui si va incontro in caso di violazione degli obblighi imposti sono gli artt. 650, 483, 438 e 452 c.p., sia di natura contravvenzionale che delittuosa e sia per beni giuridici tutelati che persone offese.

In netta evidenza c’è l’art.650 c.p.  che riguarda “l’inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità” secondo cui chiunque non osserva un provvedimento legalmente dato dall’Autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o d’igiene, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a €206,00”.

La casistica si sostanzia nella condotta di inadempimento di uno specifico provvedimento, emanato dall’Autorità competente e intrinsecamente legittimo e, perché questo risulti penalmente rilevante, deve trattarsi di un provvedimento, di natura amministrativa, tipico, nominato e imperativo, nonché manifestante la volontà di un soggetto dotato di poteri autoritativi.

L’autodichiarazione prevista obbligatoriamente per motivare gli spostamenti da e verso la propria abitazione, ai sensi dell’art. 483 c.p., definisce che punisce chiunque attesti falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità, con la reclusione fino a due anni (non inferiore nel minimo a tre mesi ove le false attestazioni vengano prodotte in atti dello stato civile). La condotta di falsità va individuata, nello specifico, nell’autodichiarazione ai sensi degli artt. 46 e 47 del DPR n. 445/2000, da rilasciare a richiesta agli operatori di polizia.

In tale documento si deve specificare, oltre ai propri dati personali e le località da e verso le quali si transita, di essere a conoscenza delle misure di contenimento del contagio di cui al DPCM del 09/03/2020 e delle eventuali conseguenze sanzionatorie in caso di inottemperanza. E’ fondamentale dichiarare le specifiche ragioni di spostamento, che devono essere ricomprese nel tassativo elenco di: comprovate esigenze lavorative; situazioni di necessità; motivi di salute; rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza.

Infine, le disposizioni contenute negli artt. 438 e 452 c.p., delitti contro l’incolumità, ed in particolare il primo avente titolo “Epidemia”, prevede e punisce con l’ergastolo la condotta di chiunque cagioni un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni mentre il secondo dei suindicati, l’art. 452 c.p. relativo ai “Delitti colposi contro la salute pubblica”, estende la punibilità dei fatti preveduti al citato art. 438 a chiunque li commetta per colpa, stabilendo al contempo pene più mitigate in funzione del differente elemento soggettivo (reclusione da tre a dodici anni, se dal fatto deriva la morte di più persone; reclusione da uno a cinque anni, nei casi per i quali l’art. 438 c.p. preveda l’ergastolo).

Deve pertanto escludersi che una persona, affetta da polmonite interstiziale da COVID-19, possa per ciò solo essere identificata come autore del reato, se non ha anche diffuso l’agente patogeno con comprovate volontà e consapevolezza di determinare l’evento epidemia.

Si può definire che le conseguenze sanzionatorie cui si espone chi dovesse violare i precetti normativi sono piuttosto gravose, estendendosi dalla previsione contravvenzionale dell’ammenda o dell’arresto, fino all’ergastolo nei casi più estremi tra quelli citati.

La definizione di pandemia è riservata alle malattie infettive che minacciano la salute di molte persone nel mondo simultaneamente, perché interessano più Paesi in diversi continenti.

Le malattie infettive di origine virale causate da patogeni nuovi alla scienza, che si trasmettono rapidamente da persona a persona in modo “efficiente”, sono caratteristiche reali che danno origine a una pandemia: il coronavirus 2019-nCoV ha tutte queste caratteristiche.

Per ulteriori approfondimenti: Studio Legale Civile & Penale Avv. Paolo Saracco