Referendum Giustizia: spieghiamo i 5 punti. Gli italiani chiamati al voto per domenica 12 giugno. Si teme il flop!

Referendum Giustizia, spieghiamo i 5 punti

Domenica prossima, 12 giugno 2022,  gli italiani saranno chiamati alle urne per votare al primo turno delle elezioni amministrative per 950 comuni italiani e – ancora – su 5 quesiti  referendari promossi da Lega e Radicali in tema di giustizia. Ecco tutto quello che bisogna sapere sul Referendum Giustizia 2022!

Primo: abrogare la “Legge Severino”?

Il primo dei cinque quesiti propone di abrogare il Decreto Severino, ovvero la legge 6 novembre 2012, n. 190. La norma prevede che chi venga condannato, anche in via non definitiva, per reati gravi come mafia, terrorismo e corruzione non possa essere candidato alle elezioni per il parlamento italiano ed europeo, nonché alle elezioni regionali e comunali, e che non possa asssumere cariche di governo. Inoltre, la condanna per uno di questi reati determina la decadenza automatica del mandato, tranne che per alcuni casi specifici.

SI: Se al referendum vincerà il sì, anche ai condannati in via non definitiva sarà possibile candidarsi o continuare il proprio mandato, a meno che il giudice non decida diversamente in base al singolo caso. I promotori del referendum sostengono che la sospensione automatica in caso di condanna non definitiva sia contraria al principio di presunzione di innocenza e che possa creare vuoti di potere e quindi gravi inefficienze nelle amministrazioni coinvolte.

NO: Chi si oppone all’abrogazione sostiene, invece, che il decreto severino rappresenti un baluardo nel contrasto alla corruzione degli ultimi anni e che eliminarlo gioverebbe più ai corrotti che agli innocenti.

Secondo: abrogare la custodia cautelare?

Il secondo quesito riguarda l’abrogazione di una parte dell’articolo 274 del codice di procedura penale, circa le misure di custodia cautelare. Questo istituto è una limitazione preventiva della libertà a cui un imputato può essere sottoposto prima della sentenza. La custodia cautelare, attualmente, può essere disposta solo per gravi reati per i quali sono presenti gravi indizi di colpevolezza e dinanzi a tre ipotesi tassative: a) per concreti rischi di fuga; b) per rischio di inquinamento delle prove; c) per rischio di reiterazione del reato (ossia che l’imputato possa ripetere il delitto a lui ascritto).

SI: Se vincerà il sì al Referendum, verrà eliminata la motivazione della possibile reiterazione del reato, sottraendo l’imputato alla custodia cautelare – ordinata dal giudice – prima del processo. Chi vuole abrogare la norma sostiene che la custodia cautelare da strumento di emergenza sia divenuta una pratica abusata, che venga imposta in modo automatico anche nei casi in cui l’imputato non sia effettivamente pericoloso.

NO: Chi è contrario all’abrogazione fa notare, invece, che la legge stabilisce già dei limiti alla custodia cautelare in caso di pericolo di reiterazione del reato, che può essere disposta solo per delitti che prevedono una reclusione di minimo quattro anni, o di almeno cinque anni per la custodia cautelare in carcere. Inoltre, l’abrogazione non influirebbe solo su domiciliari o detenzione in misura preventiva, ma anche sulle altre misure cautelari come l’allontanamento dalla casa familiare nei casi di violenza domestica, abusi o stalking.

Terzo: abrogare la carriera unica di magistrato?

Il terzo quesito riguarda la separazione delle carriere dei magistrati e punta ad abrogare le norme che attualmente permettono ad un magistrato, nel corso della sua carriera, di passare dalla funzione di giudice a quella di pubblico ministero e viceversa. I pubblici ministeri (P.M.), dirigono le attività investigative (le indagini) dopo aver ricevuto una notizia di reato. Il P.M., quindi, rappresenta la pubblica accusa nei processi. I giudici, invece, sono chiamati a decidere dopo aver approfondito le ragioni delle parti in causa. Secondo la legge vigente, nel corso della propria carriera un magistrato può cambiare percorso professionale, tra giudice e P.M., fino a quattro volte.

SI: Se al referendum vinceranno i sì, il magistrato dovrà scegliere all’inizio della propria carriera se essere pubblico ministero o giudice, senza poter mai cambiare percorso professionale. Secondo i sostenitori della abrogazione, la possibilità di poter cambiare ruolo tra giudice e P.M. è un problema, perché può creare una sorta di casta della magistratura in cui giudici e P.M. si aiutano a vicenda, compromettendo, così, l’idea di un sano e fisiologico antagonismo tra poteri, considerato a tutt’oggi il vero fondamento dell’efficienza e dell’equilibrio di un sistema democratico.

NO: Per i sostenitori del no, separare le due funzioni isolerebbe la figura del pubblico ministero, creando una cultura autonoma dell’indagine e dell’accusa, sganciata da ogni regola deontologica. Secondo questa logica, il magistrato può beneficiare molto dall’esperienza nei due ruoli, venendo in contatto con entrambi i punti di vista e, quindi, diventando un P.M. o giudice migliore.

Quarto: abrogare l’esclusione dei membri laici dal giudizio sui magistrati?

Il quarto quesito referendario mira ad abrogare le norme sulle competenze dei membri laici nei consigli giudiziari. Questi consigli sono organi ausiliari composti da magistrati e da membri laici, come professori universitari ordinari in materie giuridiche e avvocati, che esprimono “motivati pareri” su diversi ambiti, quali, ad esempio, le valutazioni di professionalità dei magistrati. Questi membri laici, partecipano alle elaborazioni di pareri su diverse questioni tecniche e organizzative, ma sono esclusi dai giudizi sull’operato dei magistrati, che attualmente possono essere giudicati solo da altri magistrati. La valutazione definitiva della loro competenza viene poi fatta dal CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), che tuttavia decide anche sulla base delle valutazioni dei consigli giudiziari.

SI: Se al referendum vinceranno i sì, anche i membri laici, e quindi avvocati e professori ordinari, potranno partecipare attivamente alla valutazione dell’operato dei magistrati. Secondo i sostenitori, questo potrebbe rendere più oggettivi, e meno autoreferenziali, i giudizi sull’operato dei magistrati.

NO: I contrari, invece, sostengono che affidando un ruolo attivo agli avvocati nella valutazione dei magistrati si correrebbe il rischio di compromettere la neutralità del giudice, nel caso in cui, ad esempio, questo si trovasse, in sede processuale, davanti allo stesso avvocato giudicante in luogo del consiglio giudiziario.

Quinto: abrogare le liste di presentazioni per i candidati al CSM?

Il quinto quesito propone di cambiare alcune regole per l’elezione dei c.d. “membri togati” del Consiglio Superiore della Magistratura (C.S.M.), ossia l’organo che assicura l’autonomia del potere giudiziario italiano. Al CSM, infatti, spettano diversi compiti così sintetizzabili: a) l’assegnazione delle sedi ai magistrati; b) la pianificazione dei trasferimenti; c) la delibera sulle promozioni dei magistrati; d) l’irrogazione dei provvedimenti disciplinari a carico di membri della magistratura. Il CSM è composto da tre membri di diritto (il Presidente della Repubblica, il Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione e il Procuratore generale della Suprema Corte di Cassazione); da sedici magistrati eletti dagli e tra gli stessi magistrati e otto membri laici eletti dal Parlamento (avvocati e professori universitari ordinari in materie giuridiche). I membri togati intenzionati a candidarsi devono raccogliere dalle 25 alle 50 firme di colleghi disposti a presentarli/sostenerli alle elezioni. Questo quinto quesito, dunque, è volto proprio alla abrogazione di quest’ultima regola esposta.

SI: Se vincerà il sì, tutti i magistrati in servizio potranno proporsi a membri del CSM presentando semplicemente la propria candidatura senza bisogno del supporto di altri magistrati, soprattutto senza l’appoggio delle correnti politiche interne alla magistratura e al CSM stesso.

NO: Secondo i sostenitori dell’abrogazione, questa modalità favorirebbe le qualità professionali del candidato, invece del suo orientamento politico.
I sostenitori del no, di contro, mettono in dubbio che l’eliminazione della norma possa essere risolutiva rispetto alla questione delle correnti politiche, ritenendo che anche eliminando la necessità delle firme, le correnti continueranno ad esistere e a votare in blocco per i propri candidati.

Validità del Referendum

Affinché il Referendum sia valido è necessario che alle urne si rechino il 50% + 1 degli aventi diritto al voto. Pertanto, l’esito positivo di ogni singolo quesito sarà tale solo rispetto alla maggioranza dei voti validi espressi. I seggi saranno aperti, infine, dalle ore 7:00 alle ore 23:00 di domenica 12 giugno 2022. Vogliamo, perciò, augurare buon voto a tutti. Che vinca il buon senso!