Renato Filippelli e la sua toccante poesia dedicata “Ad un cane”

Renato Filippelli
Renato Filippelli

Già in passato ho trattato della gravità dei maltrattamenti e degli abbandoni degli animali domestici, un problema che si è acuito con la pandemia a causa di una falsa notizia in cui essi erano additati come eventuali portatori del Covid. In questo articolo tratterò dei cani anziani, che spesso vengono visti come un peso, come è descritto nella poesia riportata nell’ultimo paragrafo.

Se ne avete uno, non abbandonatelo ma rivolgetevi alle associazioni animaliste o alle cosiddette case di riposo per questi animali ormai vecchi (potete leggere a riguardo l’articolo della giornalista Noemi Penna apparso sulla rivista on line La Zampa il 5 Agosto 2019).

I dati dimostrano un aumento delle adozioni dei cani attempati. Ma perché adottarli? I motivi sono vari: è già vaccinato ed addestrato, non ha costi elevatissimi ed infine perché è il classico amico di compagnia, nel vero senso della parola! Da solo morirebbe di nostalgia e depressione, malattia grave anche per i nostri amici a quattro zampe. Quindi se potete, abbiate un occhio di riguardo anche per loro, gli ultimi e i dimenticati, i nostri cani anziani.

Renato Filippelli, un lungo percorso poetico

Come abbiamo visto in molte puntate della nostra rubrica, la docenza e la poetica vanno a braccetto. Renato Filippelli, originario di Cascano, contrada di Sessa Aurunca, stabilitosi a Scauri e morto nel 2010, fu un docente universitario di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa a Napoli. La sua produzione comprendeva testi scolastici, saggi, articoli ma anche poesie. Le sue sillogi sono Vent’anni (1956), Il cinto della Veronica (1964), Ombre del Sud (1971), Ritratto da nascondere (1975), Requiem per il padre (1981), Plenilunio nella palude, scritta dopo l’infarto del 1996 (1997), Dai fatti alle parole (2006), Spiritualità, pubblicata postuma nel 2012.

La sua intera produzione è stata edita dalla casa editrice Gangemi nel 2015 anche se si trovano ancora Spiritualità pubblicato da Guida e Dai fatti alle parole stampato dalla Sigma Libri. I suoi temi riguardano i sentimenti, la famiglia, la terra contadina, la religione e gli animali. Infine, per chi fosse interessato, Carmen Moscariello, allieva del grande poeta, ha istituito dal 1992 il Premio Internazionale “Tulliola Renato Filippelli”, suddiviso in tre sezioni: poesia, saggistica e giornalismo.

Ad un Cane, una poesia molto commovente

La poesia Ad un Cane è tratta dalla raccolta Vent’anni. Se la leggete attentamente è più un racconto che un vero e proprio componimento. Ecco il testo:

T’uccisero un mattino, ed eri vecchio
e stanco tanto che neppure un grido
levasti dalla gola e poche stille
tinsero lo sterrato. L’assassino
t’accusò che irrompevi nei pollai
dei vicini e straziavi; ti finiva,
invece, perché più non gli stanavi
le lepri ed eri inutile. Io sentii
da lontano il suo schioppo. Accorsi. Vidi.
Nulla gli dissi, lo guardai negli occhi.
Bimbo, non piansi, lo guardai negli occhi.
Ti si appressava, il vile, e ti puntava
l’arma, spiando se mai t’avventassi;
poi ti palpava senza più tremore.
Ma tu vivevi, e gli levasti al viso
gli occhi velati d’agonia, ma senza
rancore, tristi, e piano gli lambivi
la mano, con la tua bocca fedele.

La vicenda narrata forma una regia composta dal narratore esterno (il poeta), dal cane ucciso (il protagonista), dal crudele assassino (l’antagonista), dalla calunnia (l’accusa di uccidere le galline nel pollaio), dalla vera causa (l’animale non era più capace di cacciare per l’età, eri inutile v. 8), dalla trama (il racconto dell’uccisione) e dalla morale (il perdono della vittima). Il poeta, qui bambino, in un climax ascendente di tensione (Io sentii da lontano il suo schioppo. Accorsi. Vidi. Nulla gli dissi, lo guardai negli occhi. Bimbo, non piansi, lo guardai negli occhi vv. 9-11) condanna il vile con gli occhi, capaci di condannare più delle parole, perché si era permesso di alzare l’arma contro il suo amico a quattro zampe del tutto indifeso (vecchio e stanco, vv. 1-2).

Eppure in questa cruda scena di morte, il vero protagonista è il cane, più essere umano del padrone: come un figlio non accettato ma ancora capace di amare il proprio proprietario, alza gli occhi velati d’agonia ma senza rancore, tristi (vv. 15-17) per cercare un ultimo atto di misericordia.

Così, mentre il bambino biasima con lo sguardo, l’animale perdona, proprio da vero cristiano, tanto che ancora lecca affettuosamente la mano dell’assassino con la bocca fedele (v.18) prima di morire. Una poesia molto drammatica per la sensibilità dei protagonisti contro la crudeltà del padrone, che nel suo egoismo ha visto nel cane anziano solo un peso, una triste riflessione che purtroppo è molto attuale.