Rifiutopoli, un’interminabile cronaca di disastri. Caserta e la sua provincia attendono risposte serie

Grazzanise - La fascia centrale dei manifestanti alla MARCIA PER LA VITA - 9 NOV 2013.

I precedenti ci sono. Il più noto risale al “Conclave” del Governo Prodi tenutosi a Caserta qualche giorno dopo l’Epifania del 2007, quando Marco Pannella, una volta aperte le porte già “chiuse a chiave”, apparve per primo nella regale sala, anticipando, con una sua vibrante dichiarazione ai giornalisti, la conferenza-stampa che, da lì a poco, avrebbe tenuto il Professore.

Nell’ampio ventaglio di problemi allora affrontati, l’ambiente rientrò soprattutto con la questione delle energie rinnovabili:  E’ assurdo – disse Prodi in proposito – che noi rischiamo di pagare 1,5 miliardi di euro l’anno per le multe per infrazione al Protocollo di Kyoto. Quei soldi andrebbero investiti per le energie rinnovabili che ora a livello di efficienza hanno un’ottima resa“. Eppure la nostra provincia (e particolarmente l’area del Basso Volturno) aveva subìto, quasi nell’intero arco del decennio bassoliniano (2000-2010), l’inasprirsi delle crisi di smaltimento dei rifiuti catapultata in tenimento di Santa Maria la Fossa e San Tammaro, con punte già nel 2001 (emergenza a Parco Saurino 1 dove, in seguito, si costituì perfino un comitato femminile di protesta), poi nel 2002 (allorché la gente scese in piazza nei territori grazzanisano e fossataro, per manifestare contro l’ipotizzato termovalorizzatore), nel 2004-2005 (Pozzo Bianco) e soprattutto nel febbraio 2008 (con la maxiemergenza di Ferrandelle). Fu un periodo in cui pure il clero delle diocesi di Aversa e Capua coraggiosamente si collocò a fianco delle popolazioni afflitte. In realtà, la questione non si è mai risolta del tutto. Basti pensare alla Marcia per la Vita del novembre di cinque anni fa (svoltasi ancòra nel Basso Volturno, ma a condivisione provinciale e sostenuta dalla sezione campana dei Medici per l’Ambiente (ISDE), col presidente Gaetano Rivezzi in prima fila) e, fra i segnali più allarmanti nella cosiddetta Terra dei Fuochi, ai martellanti roghi delle settimane scorse ai quali, di rimando, si è con massimo sdegno opposta, a Marcianise, la recentissima mobilitazione “Basta Biocidio” del 10 novembre. Insomma,  tremenda “rifiutopoli” ad accavallare l’interminabile cronaca dei disastri ambientali.

Ora, pressato dall’ennesimo precipitare degli orribili eventi, il Governo verde-giallo torna a Caserta, come il prodiano nel 2007, per firmare nientedimeno che un “protocollo d’intesa”, utile, si dice, a porre fine allo scempio nella Terra dei Fuochi. Arbitro il presidente del Consiglio Conte, i vice Salvini e Di Maio verrebbero a trovare nella città della Reggia borbonica l’intesa che non si riesce a siglare a Roma. Con essi tornano gli spettri incineranti di quindici anni fa. Oltre quello di Acerra, altri termovalorizzatori in ogni provincia della Campania? L’on. Castiello pensa al “non realizzato” nel salernitano. Nel Basso Volturno, storicamente negletto e martoriato, si teme che risorga la localizzazione nella zona vicina alla svuotata Ferrandelle.

Fino a quando rimarrà inascoltato il costante monito dei Medici per l’Ambiente? Il direttore scientifico di ISDE-Italia, Agostino Di Ciaula, ha ribadito alcuni punti cruciali con questa dichiarazione: “Salvini e gli inceneritori: un cocktail di propaganda, banalità, disinformazione. Il solo inceneritore di Brescia produce 163.000 ton di rifiuti tossici, solo poco meno dei rifiuti urbani che l’intera regione Veneto (72.9% di differenziata) smaltisce in discarica (233.000 ton). L’inceneritore di Acerra produce oltre 150.000 ton di rifiuti tossici, più di tutti i rifiuti urbani smaltiti in discarica dalla Liguria (144.000 ton). L’insieme degli inceneritori del nord produce circa un milione di tonnellate di rifiuti tossici pericolosi. Senza contare le enormi emissioni inquinanti in atmosfera (che viene così anch’essa trasformata in una discarica per rifiuti pericolosi) e i benefici economici e ambientali che si avrebbero recuperando materia invece che bruciandola. Treviso ha raggiunto 87.9% di differenziata e ridotto la sua produzione di rifiuti, perché in passato ha scelto deliberatamente di non incenerire. I roghi della terra dei fuochi e i suoi tombamenti non sono alimentati dai rifiuti urbani ma da rifiuti speciali tossici venuti da altrove (potete immaginare da dove), probabilmente frutto di fiorenti produzioni in evasione fiscale e certamente utili a risparmiare sul corretto smaltimento. Comunque non andrebbero a finire negli inceneritori che Salvini vorrebbe, manifestando propositi che fanno diventare, in confronto, lo “sblocca-Italia” di Renzi un manifesto dell’ambientalismo. Tutto questo senza contare le numerose evidenze scientifiche che raccontano i danni sanitari causati dall’incenerimento, le conseguenze in termini di aggravamento delle modificazioni climatiche e l’allontanamento dagli obiettivi di economia circolare indicati con forza dalla UE, che non a caso raccomanda la dismissione degli impianti di incenerimento esistenti. Era da tempo che non si vedeva una campagna propagandistica pro-incenerimento su così larga scala, rimbalzata persino sui TG RAI nazionali. Mi dispiace per loro e per i loro fans ma gli inceneritoristi devono rassegnarsi, perché appartengono al passato. Il presente li sta affamando e il futuro farà a meno di loro: li cancellerà recuperando materia, risorse e posti di lavoro”. Si auspica che tali osservazioni rimbombino oggi nella mente dei governanti in trasferta!

Nello scenario complessivo v’è dunque l’immancabile sciame di ormai ripetutissime eppur sempre attuali proposte alternative: riduzione dei rifiuti a monte, differenziata, compostaggio… Capitoli enormi di progetti stracarichi di parole, ai vertici e alla base, ma finora rimasti per lo più inattuati. Megaobiettivi, in sostanza, per responsabilità diffuse in lungo e in largo, in altezza e in profondità. La Regione Campania, a trazione deluchiana, contesta insistentemente i bassi indici di differenziata della metropoli campana e punta assai sul compostaggio. Ne abbiamo avuto diretta conferma, ad agosto scorso, dal governatore intervenuto alla “Festa della mozzarella” di Cancello ed Arnone: “Qui, nel casertano, sono previsti cinque impianti di compostaggio –affermava con sussiego De Luca – Fateli! Avrete i soldi: almeno 15 milioni di euro per ogni impianto. Risparmiate e fate risparmiare: spieghiamo ai cittadini che ogni impianto di compostaggio significa dimezzare il costo del trasporto dell’umido che proviene dalla raccolta differenziata. Oggi l’umido lo portiamo fuori regione e paghiamo 190 euro a tonnellata…C’è così la possibilità di ridurre di un 30-40 per cento le bollette delle famiglie”. Ineccepibile, al solito, il governatore, che opportunamente aggiungeva: “Se non vogliamo altri termovalorizzatori, dobbiamo fare gl’impianti di compostaggio!”. Tuttavia, quando gli affacciammo che a San Tammaro c’è un impianto di compostaggio costruito da 10 anni e non attivato, domandandone spiegazioni, la risposta fu: “E’ una vecchia storia. Stiamo aspettando un’autorizzazione dei Beni culturali. Il sindaco ci sta sollecitando da tempo e noi stiamo premendo. C’è un vincolo…”. E, più avanti, chiedendogli ragguagli sulla rimozione delle ecoballe a Villa Literno che all’inizio di mandato aveva previsto di risolvere in un biennio, riconobbe senza difficoltà: “Stiamo andando avanti con i tempi di gara che ci sono stati dettati dall’Autorità anticorruzione. Siamo oggi alla rimozione al 20 per cento. Noi abbiamo valutato che entro questa legislatura avremo eliminato la quasi totalità delle ecoballe… Sinceramente non abbiamo perso un minuto…Quando si allungano un po’ tempi è perché sottoponiamo le procedure di gara all’Autorità di Cantone che fa controlli sui capitolati e poi sulle imprese che hanno partecipato. Stiamo tranquilli e, quando partiamo, siamo sicuri di arrivare a conclusione. Comunque il lavoro è in corso”. Tali stralci d’intervista almeno per dire che la contestuale e difficile operatività dei diversi campi di competenza da un lato e la burocrazia dall’altro finiscono per aggravare i ritardi o le inefficienze che vengono, però, a determinarsi in prevalenza, qui o là, per colpa di abili corruttori ed avidi corrotti. Il resto fa capo palesemente al purtroppo diffuso atteggiamento superficiale di tanti cittadini che sbrigativamente imbrattano ovunque o addirittura non rispettano affatto le basilari regole del vivere civile.

Tutto questo e tant’altro dovrebbe giungere a rassicurante sistemazione nel “protocollo”, ammesso che al termine del confronto si giunga davvero a firmarlo. Non è certo impresa agevole, sia per la versione teorica che per le concrete misure applicative. Come su altri punti nodali del “contratto”, si rischiano scivoloni. Troppe, troppe forze continuano a fronteggiarsi senza esclusione di colpi. Stavolta il “braccio di ferro” non riguarda pensioni o povertà, va ben oltre! Occorre scongiurare, in ogni caso, rinvii o fallimenti che, se si verificassero, potrebbero accentuare un già preoccupante allarme in provincia e nell’intera regione. La mediazione è irrinunciabile. L’odierna partita ha un’inestimabile posta in gioco: la salute delle persone, specialmente delle più deboli ed esposte. Richiede quindi un serissimo impegno.