“Sabato, domenica e lunedì”: l’originale rivisitazione di Edoardo De Angelis

Sabato, domenica e lunedì
Sergio Castellitto nel ruolo di Antonio Priore nella commedia "Sabato, domenica e elunedì"
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Prima di introdurre il fulcro della trattazione, ci teniamo a ribadire quanto già puntualizzato nel precedente articolo sulla trasposizione televisiva di Natale in Casa Cupiello : inutile inserirsi nella diatriba tra “puristi” del teatro di Eduardo e “progressisti” ed impossibile pretendere una copia “filologicamente perfetta” dell’originale. Castellitto & Co hanno offerto una prestazione attoriale densa di tensione e vigore interpretativo, forse senza raggiungere la perfezione della precedente rivisitazione della compianta Lina Wertmüller, ma sfornando un buon prodotto.

Pur rimanendo fedele alla trama, Edoardo De Angelis applica delle variazioni, sicuramente non passate inosservate ad un occhio avvezzo al teatro di Eduardo: cambia l’ambientazione, ci troviamo tra gli anni ’60 e ’70; notevole le trasformazioni del fondamentale nonno Antonio Piscopo in nonna Titina, impersonata da Nunzia Schiano, e del figlio Rocco in Pietruccia, interpretata da Liliana Bottone.

Difficile dare un significato preciso a queste varianti: che il regista abbia voluto dare un tono diverso all’opera, forse rivestendola di una patina sessantottina (ricordiamo la nuova collocazione cronologica dell’opera) che ben si spiegherebbe con la minigonna dei personaggi femminili e la sgargiante colorazione dei mobili della cucina?

Siamo, d’altra parte, nell’età del massimo fulgore dei movimenti per l’emancipazione femminile. O forse no: l’originalissima Titina Piscopo è decisamente troppo rétro per essere definita “sessantottina”; Pietruccia, invece, nel proprio tenero legame di affetto con la nonna, ci sembra addirittura antitetica al concetto di ribellione giovanile nei confronti delle vecchie generazioni. Del resto si sa: le donne nel teatro di De Filippo hanno già notevolissimo peso specifico, spesso superiore a quello degli uomini. Si pensi al già citato Natale in casa Cupiello .

Possiamo certamente affermare che il più chiaro esempio di ribellione è il gracile Attilio, che sul finale decide di opporsi alla “dittatura della siringa” impostagli dalla madre, zia Memé.

Ottime le interpretazioni di Fabrizia Sacchi, nelle vesti di Donna Rosa Priore, e di Sergio Castellitto nel ruolo di Antonio Priore. Notevole la prestazione di Giampaolo Fabrizio nel ruolo dell’ingegnere Ianniello. Peccato per il dromedario, decisamente eccessivo.

L’aspetto introspettivo dei personaggi, punto focale dell’opera, è reso correttamente. Dopo aver guardato il film è chiaro a tutti che l’unico nemico contro cui combatte Don Antonio Priore è Don Antonio Priore stesso. L’insicurezza, l’incapacità e la paura di guardare nella propria interiorità sono la matrice del dramma. Luigi Ianniello è la personificazione di quello che il protagonista vorrebbe essere: cordiale, colto (Don Antonio scrive “cuore” con la q!), ben visto da tutti e, soprattutto, gradito a Donna Rosa. Che la paranoia derivi anche da un mal celato complesso di inferiorità? Rimaniamo nel campo della congettura, ma è certamente suggestiva l’ipotesi di un odio derivante dall’invidia, oltre che dalla debordante gelosia.

Non è nostra intenzione, tuttavia, condannare Don Antonio. La redenzione del lunedì dopo il dramma domenicale (invero più simile ad una farsa, secondo gli stessi protagonisti) è la prova della simpatia di Eduardo per questo personaggio, troppo umano per meritare di essere travolto dalla propria mediocrità. Fortuna, quest’ultima, non toccata a Luca Cupiello. La salvezza del protagonista, forse, dipende dall’ambiente umano che lo circonda: se Don Antonio è accompagnato da figure non ostili, tanto che il nemico se lo deve creare, altrettanto non si può dire per il povero Luca, cui tutto sembra remare contro; il tu sei la nemica della casa rivolto a Concetta è terribilmente appropriato.

Per un giudizio organico, allora, ci atteniamo alle parole dello stesso De Filippo: alla fine della commedia non c’è chi non comprenda che soltanto l’amore può tenere insieme due esseri; non certo il matrimonio, e nemmeno i figli.

Non sarà, dunque, “l’aver fatto tre figli insieme” a decretare la stabilità del matrimonio, ma la sola capacità di comprensione tra i coniugi. Ancora più calzante a questo proposito l’esperienza di Filomena Marturano e di Don Mimì Soriano.