Sebastian Vettel può ancora vincere in Formula 1 con Aston Martin?

Sta per cominciare un nuovo capitolo della carriera di Sebastian Vettel in Formula 1 e sarà nel team Aston Martin con la tuta e la macchina di colore “british racing green”. Il terzo, dopo quello lungo e deludente in rosso Ferrari e quello certamente brillante con la livrea blu di Red Bull. Proprio questo primo capitolo aveva reso Vettel l’enfant prodige della F1, il più giovane campione del mondo della storia, capace di conquistare 4 allori consecutivi con una facilità disarmante.

Ma in molti hanno dato Sebastian per finito: schiacciato psicologicamente dal peso della Ferrari, dall’avversario Lewis Hamilton che corre con una Mercedes-Amg all’apparenza perfetta. Il colpo di grazia, poi, è arrivato dall’ex compagno di squadra Charles Leclerc, nuovo idolo e nuova speranza della Ferrari.

Dopo 8 anni dall’ultimo Mondiale vinto, Seb può prevalere di nuovo in F1? Il talento di un campione si può consumare come la benzina o come un set di gomme morbide? Sebastian ci crede ancora, ha sete di vittoria, di competizione, di corse, di riscatto. Anche se finora non gli ha creduto nessuno.

Addirittura, tanti sostengono che il grande talento di Vettel, in realtà, non sia mai esistito, e che le vittorie ai tempi della Red Bull fossero soltanto merito della squadra e della macchina, non del pilota. Chiacchiere da bar. Esagerazioni. Offese gratuite da tifosi della domenica.

Abbiamo già visto questa storia tante volte in tutti gli sport: il giovane talentuoso che diventa campione e poi, prima ancora di accorgersene, diventa il vecchio da battere, superato dal nuovo e sconosciuto giovanissimo rampante e di belle speranze. Concetto che Enzo Ferrari aveva teorizzato e definito la “parabola del campione” nel suo libro “Piloti, che gente!”, che forse Sebastian non ha mai letto.

A 33 anni di età un pilota è maturo ma non anziano. Eppure Sebastian è cambiato tanto tanto dai primi anni in Toro Rosso e Red Bull. Il sorriso ampio, spensierato e incredulo, simile a quello di un turista tedesco che per la prima volta vede il verde del Mediterraneo, ha lasciato il posto a un’espressione seriosa e preoccupata. Il ciuffo biondo non c’è più, cancellato dalla calvizie. Seb porta sul viso i segni del tempo, della fatica e delle sconfitte.

 Le delusioni in Ferrari e la colpa di non essere Shumacher

Ma a che punto è la parabola della carriera di Sebastian Vettel? Perché il suo matrimonio con la Scuderia Ferrari, che sembrava di amore e non di interesse, non ha dato i frutti sperati? Cosa c’era dietro a quelle sconfitte collezionate negli anni in rosso anche quando aveva una monoposto competitiva? Il vero Vettel è quello delle vittorie con la Red Bull o quello delle delusioni in Ferrari?

Occorre fare qualche passo indietro nel tempo. Sebastian Vettel da bambino ha mosso i primi passi nel Kartodromo di Kerpen, quello di proprietà della famiglia Shumacher. Proprio dal grande Michael ha ricevuto la stima e la benedizione che gli hanno attribuito ulteriori credibilità ed attenzione mediatica. Bravo, tedesco, poi anche primo pilota Ferrari. Per Sebastian Vettel, Michael Shumacher è sempre stato un idolo e un amico sincero, ma anche un paragone scomodo.

Arrivato in Formula 1 prestissimo e solo grazie al proprio talento, Vettel è stato selezionato tra numerosi altri piloti dal programma della Red Bull dedicato alla crescita dei giovani talenti, un cursus honorum che lo ha portato a vincere non per caso nella massima serie dell’automobilismo sportivo.

Sebastian, poi, è arrivato in Ferrari nel 2015 dopo aver vinto 4 Mondiali di fila con la Red Bull, l’ultimo dei quali nel 2013, in un momento in cui la squadra di Maranello stava cercando di rinnovarsi completamente per aprirsi a una nuova era di vittorie. Sebastian avrebbe dovuto insegnare a quella squadra giovanissima come si vince in F1, sembrava la persona più adatta a farlo.

Sull’esempio di Michael Shumacher, Sebastian ha cercato sempre di essere protagonista in ogni scelta tecnica e strategica riguardante la macchina ed anche la squadra, imitando quel metodo di lavoro estremamente professionale e meticoloso che aveva reso grande lo stesso Michael.

Un carico di informazioni, di lavoro, di pressione psicologica che nessun essere umano avrebbe potuto reggere. E infatti Sebastian non ha retto. Il crollo mentale si è visto in pista nel 2018 ad Hockenheim e poi a Monza. Errori macroscopici, i primi di una serie diventata poi lunghissima, che gli sono costati un mondiale quasi già vinto e dai quali non si è più ripreso, nemmeno negli anni successivi.

Ferrari e Shumacher, un binomio che porta in dote un’eredità pesantissima fatta di enormi aspettative e l’obbligo morale di vincere. Vettel si è sempre portato sulle spalle, come un peccato originale, l’immane e imperdonabile colpa di non essere il nuovo Shumacher, agli occhi di sé stesso, dei giornalisti e dei tifosi. Forse sarebbe riuscito a vincere se fosse stato semplicemente sé stesso.

A Vettel in Ferrari è mancato un sostegno, un parafulmine, un capo carismatico, un mentore, come Niki Lauda lo è stato per Lewis Hamilton in Mercedes o come Flavio Briatore è stato per Fernando Alonso in Renault. Se Shumacher non avesse avuto quell’incidente sugli sci, quel maledetto 29 dicembre 2013 a Meribel, avrebbe potuto forse rivestire quel ruolo di consigliere speciale. Tanti fantasmi, tanti “forse” e tanti “se” che ormai non servono più.

Al contrario, quando correva in Red Bull, Vettel aveva soltanto la responsabilità di guidare senza pesi ulteriori: Adrian Newey aveva il compito di progettare la macchina più veloce di tutte, Chris Horner era a capo della squadra ed a tutto il resto pensava Helmut Marko con il budget stellare fornito da Dieter Mateschitz.

Tutto ciò spiega che non è giusto addossare soltanto al pilota la colpa delle mancate vittorie della Scuderia Ferrari, motivo per cui non è giusto pensare che Sebastian Vettel non sia un vero campione e che le sue vittorie in Red Bull non fossero meritate. E se Vettel è stato davvero quel campione, non è ragionevole pensare che le sue doti oggi siano del tutto svanite.

 Il presente ed il futuro in Aston Martin

Dunque, Sebastian sarebbe certamente in grado di vincere se avesse a disposizione quello che in F1 si definisce il “pacchetto” giusto. Un pacchetto fatto di una macchina competitiva nonché adatta al suo stile di guida, feeling ideale con le gomme, una squadra di meccanici ed ingegneri completamente dedita a lui, un ambiente di lavoro sano e sereno, un compagno di squadra che si accontenti di fare il secondo pilota. Senza tutto questo nessun pilota può vincere nella F1 moderna, nemmeno Hamilton.

Allora la vera domanda da farsi è: può la Aston Martin fornire a Sebastian Vettel tutti gli elementi giusti per tornare alla vittoria? Evidentemente la risposto è no. L’attuale Aston Martin Formula One Team è una squadra di seconda fascia che vive e corre sotto l’influenza politica di Mercedes da cui riceve la fornitura di motori e di cui si candida ad essere lo “junior team” un po’ come Alpha Tauri (l’ex Toro Rosso) lo è per Red Bull.

Soprattutto, la squadra è di proprietà dell’imprenditore Lawrence Stroll, il papà del pilota Lance Stroll, il giovane compagno di squadra di Vettel in Aston Martin. Papà Stroll, così come ha fatto nelle categorie propedeutiche, ha comprato il team per fare correre e crescere il figlio in F1, non certo per veder vincere qualche altro pilota. Chiedere a Sergio Perez e Nico Hulkemberg, che sono sempre stati penalizzati dalla strategia di gara da parte del muretto box quando si sono permessi di stare davanti al figlio del capo.

Da Vettel il boss Lawrence Stroll vuole un secondo pilota di lusso, un personaggio spendibile in tutto il mondo dal punto di vista del marketing ma soprattutto un uomo in grado di insegnare, di portare l’esperienza, il metodo di lavoro ed il bagaglio tecnico in grado di far crescere la squadra ed il giovane rampollo Lance. Esattamente ciò che fece Michael Shumacher, di nuovo lui, in Mercedes negli anni precedenti all’arrivo di Hamilton.

Il riscatto invece del ritiro

Non è pensabile che un pilota esperto quale è Sebastian Vettel fosse così ingenuo da pensare di poter tornare al vertice della F1 correndo con l’attuale Aston Martin. Allora cosa ha attirato Vettel nel team verde, oltre ad un ingaggio certamente interessante dal punto di vista economico? Non sarebbe stato più dignitoso per un quattro volte Campione del Mondo ritirarsi dalle corse piuttosto che arrancare a metà classifica?

Innanzitutto, l’avventura in Aston Martin per Vettel è un’occasione per correre e competere ancora nella massima serie dell’automobilismo sportivo, elemento fondamentale per un appassionato verace come Sebastian. Ma, cosa ancor più importante, nella squadra inglese Vettel troverà un ambiente con meno pressioni dove poter lavorare serenamente ed esprimere il proprio potenziale, esattamente ciò che gli serve per mostrare a sé stesso ed al mondo di essere ancora un pilota di eccellenza.

E poco male se non si creerà mai più la combinazione di fattori giusta per fornire al tedesco una squadra ed una macchina in grado di vincere il quinto titolo perché nessuno potrà mai cancellare dall’Albo d’Oro della Formula 1 i quattro Mondiali vinti con la Red Bull.

Mansell, Prost, Alonso ma anche Alesi ed Alboreto. Vettel si unisce al prestigioso club di campioni che con la Ferrari non sono riusciti a vincere. D’altro canto anche Kimi Raikkonen, 41 anni ed ex compagno di squadra di Vettel in Ferrari, sembra ringiovanito di colpo da quando è andato via da Maranello. Cosa ci fa ancora in pista Vettel nel 2021, così come Alonso e Raikkonen? Correranno, si divertiranno e, di tanto in tanto, ci mostreranno ancora qualche tocco di classe.