Il senso di colpa nel Covid-19. I consigli dello Psicologo per gestirlo

“Mi sento in colpa per aver portato il virus in famiglia”. Questa, tra le tante, è la frase che ricorre tra i sintomatici, ma soprattutto, tra i portatori asintomatici, in un momento in cui i contagi sembrano aumentare in maniera esponenziale.

In questa seconda ondata epidemiologica, la maggior parte dei contagi avviene all’ interno della propria cerchia. Ne consegue un senso di colpa, di chi positivo al test, crede di essere il perfetto canale di contagio per i propri familiari o stretti conoscenti.

Il dito inquisitore, che ognuno si sente puntato contro, da un alto, dovrebbe responsabilizzare all’utilizzo della mascherina e alla messa in atto delle strategie per la diminuzione del contagio, ma, dall’altro lato, non fa che alimentare un’esperienza emotiva che potrebbe rivelarsi un problema per le persone positive al Covid-19 (Ransing et al., 2020). Una vera e propria “caccia alle streghe” con la sola differenza che oggi, non utilizziamo i roghi come un tempo, ma il tormento psicologico derivante ferisce senza lasciare traccia fisica.

In un momento storico in cui le norme anti-Covid sono state inserite da poco meno di un anno, l’interiorizzazione di esse è stata difficoltosa. Il non rispetto delle regole e l’esposizione al contagio potrebbero innescare un senso di colpa insolito e potenzialmente pericoloso per coloro che hanno contratto il virus, sia verso se stesse che verso gli altri.

Una dinamica psicologica che porterà inevitabilmente a chiedere “Scusa” e subito dopo al provare sentimenti come la preoccupazione per l’altro, l’angoscia e uno stato di vergogna da non sottovalutare.

L’emozione di colpa implica l’autocritica per un’azione specifica e il danno che quest’ultima può causare agli altri. È collegata a una preoccupazione per il proprio effetto sugli altri e all’empatia nel prendere la loro prospettiva (Tangney e Dearing, 2002).

Perché accade questo?

Le norme che guidano il comportamento sociale derivano da regole pertinenti alle convenzioni sociali e regole pertinenti alla moralità. Le regole convenzionali sono una scelta da applicare nei vari contesti in cui si vive; mentre le regole morali sono universali.

La trasgressione di una regola convenzionale può offendere uno o più membri del gruppo di appartenenza, mentre la trasgressione di una regola morale viola i diritti e il benessere altrui. Dagli studi empirici, si è potuto evidenziare come, fin da bambini, vi è uno spontaneo sviluppo del comportamento solidale, andando a favorire comportamenti prosociali ed altruistici. Il comportarsi altruisticamente, senza ricevere guadagno alcuno, contiene in sé la condivisione delle emozioni dell’altro e la comprensione dei suoi bisogni. Questo processo viene indicato da Hoffmann (1987) con il termine empatia, ossia una risposta emotiva adeguata alla situazione che sta vivendo l’altro.

L’essere umano si muove sulla base di scopi altruistici e ci sono dei paramenti che regolano tali disposizioni (Mancini, 2008):

– La comune appartenenza, si è maggiormente altruistici con coloro che fanno parte dello stesso gruppo;
– La personalizzazione e l’immediatezza del rapporto, si è maggiormente altruistici con persone con cui si ha un rapporto concreto;
– Il giudizio morale che si ha dell’altro, pensare che l’altro sia un imbroglione riduce la disposizione altruistica nei suoi confronti;
– La presenza di un legame di accudimento e affetto;

La preoccupazione per l’altro è proporzionale al tipo di rapporto che lega due o più persone.
Quando l’individuo pensa che avrebbe potuto agire diversamente, ritenendo di aver violato una norma morale o convenzionale, subentra il senso di colpa.

Più il legame è stretto e più si tende ad attribuirsi la colpa, anche quando l’individuo non sa con certezza il nesso causale tra la propria azione e la conseguenza sull’altro o non sa bene cosa avrebbe potuto fare di diverso per evitare la messa in pericolo dell’altro.

Per cui, è totalmente umano provare senso di colpa nel momento in cui si viene a sapere della propria positività al virus. L’individuo contagiato può sentirsi iper- responsabile di cause di cui ha avuto poco o nessun controllo poiché non è sempre facile risalire alla fonte del contagio e chiunque può essere un portatore asintomatico del virus.

È possibile che lo stato di isolamento a cui è sottoposto l’individuo positivo, vede spesso miscelare il senso di colpa con l’angoscia e la preoccupazione dello stato di salute delle persone care. Il senso di colpa accompagnato dall’angoscia può aggravarsi con l’esposizione mediatica alla disinformazione causando problematiche legate al sonno e alla somatizzazione.

I vissuti emotivi dolorosi causati dalla positività possono seriamente compromettere il benessere psicologico dell’individuo, implicando casi di risposte acute allo stress, come il trauma psicologico.

Per cui, l’urgenza è quella di intervenire tempestivamente attraverso la psicologia dell’emergenza per alleviare l’ansia, la paura, il senso di colpa e l’angoscia, lavorando sull’immagine positiva del sé e su comportamenti di riparazione della colpa.

A cura di: Dott.ssa Giuseppina Angelino Daniele; Dott.ssa Martina Antico; Dott.ssa Chiara Castaldo con la supervisione dello Psicologo Dott. Elpidio Cecere.