TerraeMotus di Lucio Amelio è l’isola Ferdinandea dell’Arte

Caserta – Ricordate l’Isola Ferdinandea: un sussulto, gran fracasso e compare dalle parti di Pantelleria un’isola, alta e fumante verso la quale accorrono curiosi, scienziati, messi del re. Meno di un anno (un soffio nella storia della Terra) e voilà, l’isola s’inabissa, scompare.

Scompare? Solo agli occhi dei più giacché, in realtà, è solo sommersa a pochi metri di profondità, visibilissima per chi ha occhi per guardare e volontà di farlo.

La collezione TerraeMotus, che saggiamente Lucio Amelio volle legare alla Reggia di Caserta, è per i mass-media l’isola Ferdinandea dell’Arte: ogni tanto qualcuno strilla: ”E’ male allocata. E’ mal trattata. E’ scomparsa”. E poi tutto tace, la collezione s’inabissa, si fa per dire, per offrirsi solo agli occhi dei fini intenditori che fra le vittorie di Alessandro e le memorie degli alabardieri borbonici vogliono regalarsi il gusto raffinato di un Boetto o un Haring, di un Fermariello o un Paladino.

La collezione è lì, visibile a chi ha occhi per guardare: qualcosa va restaurata, qualche altra potrebbe avere una scena più consona, come accade in tutte le collezioni, ma è lì.

Diciamo tutti da tempo che dovrebbe essere pubblicizzata meglio fra i molti mirabilia della Reggia vanvitelliana, ma questo cosa ha a che vedere con l’arroganza di chi pretenderebbe di portarla, tutta o in parte (momentaneamente, si dice), a Napoli?

E quale Museo napoletano sarebbe più visitato della Reggia casertana?

Absit iniuria verbis, ma non ne conosco.

La Provincia di Caserta e la città di Caserta non hanno, è evidente, una politica per la Cultura né per i Beni Culturali e, dunque, nessuno si scompone se qualcuno con una nuova scusa vuol portare TerraeMotus a Napoli.  Gigi Falco in uno dei tanti momenti nei quali si paventava la spoliazione minacciò di incatenarsi davanti alla Reggia.

Ricordo bene che incontrai Bassolino sulla terrazza del Palazzo Reale di Napoli davanti all’Appartamento del Ciambellano dove avevo organizzato una mostra di pittrici persiane, ricordo bene che mi disse: ‘Ma no, Jolanda, nessuno porterà via TerraeMotus da Caserta’. E’ cambiato qualcosa?

Ma è sconvolgente il colpevole silenzio di tutti gli altri. Una voce che si è alzata forte e chiara negli anni è quella di Mons. Nogaro al quale Amelio consegnò il lascito morale della custodia della Collezione: conosceva bene i suoi ‘amici’ e parenti napoletani …

TerraeMotus sarebbe l’ultimo episodio di “scippo”: bisognerebbe, infatti, cominciare a fare il catalogo delle opere che sono state prese, diciamo così, in territorio casertano per essere portate a Napoli con la “scusa” del restauro. Non credo ci sia una ragione speciale (cito a caso) perché la Venere di Sinuessa debba continuare a stare a Napoli dal momento che a Mondragone c’è un Museo pronto ad accoglierla, stesso  discorso per la cosiddetta Afrodite di Capua.

Certo, non possiamo depauperare le collezioni storiche di Napoli? E i diritti dei Musei casertani non hanno ragion d’essere?

Com’è ovvio, ci vuole buon senso e bella grazia: ci sono reperti, oggetti, che sono ormai decontestualizzati e che, dunque, possono ben stare in una collezione napoletana di vasi ellenistici o di fibulae senza che alcuno si tuffi nello sterile provincialismo che spesso è solo localismo autoreferenziale (napoletano e non).

Ciò detto, perché TerraeMotus dovrebbe stare meglio altrove? Per riassumere, vediamo se ho capito bene: si proclama (per la serie: “Guagliù, facite ammuina”) Caserta ‘Città del Turismo’ e per promuovere questo turismo a Caserta (si presume) si scippa, tutta o in parte la Collezione di Arte Contemporanea che Lucio Amelio volle legare per testamento non a Caserta, ma alla Reggia di Caserta, sito Unesco e monumento fra i più visitati del mondo, nota con il nome di ‘TerraeMotus’ e con un motu più o meno proprio lo scippatore (absit iniuria verbis), nel colpevole silenzio di tutti decide di portarla al Madre di Napoli, a Sant’Elmo o non so dove, non al Guggenheim di Bilbao o a MOMA di New York, no: a 15 kilometri di distanza per ‘valorizzarla’: in che senso?

E soprattutto: ho capito bene?

Jolanda Capriglione
Unicampania | Presidente del Centro per l’Unesco di Caserta