Il testimone dell’omicidio don Diana non riconosciuto vittima innocente dal Viminale

Casal di Principe (Caserta) – Augusto Di Meo, testimone oculare dell’omicidio del sacerdote don Peppe Diana avvenuto nel 1994 a Casal di Principe, si è visto respingere dal Ministero dell’Interno la domanda per il riconoscimento di vittima innocente della criminalità. La decisione, che sta facendo già molto discutere, è stata presa perché l’ordinanza è stata ritenuta tardiva. Tra le prime realtà che hanno reagito opponendosi alla scelta fatta dal ministero dell’Interno c’è il Comitato Don Peppe Diana, l’associazione che tra Casal di Principe e i comuni limitrofi si batte contro la camorra gestendo diversi beni confiscati alla criminalità organizzata e portando avanti importanti progetti di riscatto sociale.

Di Meo, che all’epoca dei fatti aveva 34 anni ed era un noto fotografo, guardò negli occhi l’assassino del prete, il membro del clan dei casalesi Giuseppe Quadrano, e lo denunciò, facendolo poi condannare. Una testimonianza che risultò fondamentale, come hanno confermato la Dda di Napoli e la Cassazione nel 2004, per individuare e punire gli autori dell’omicidio del sacerdote, ma che ha creato non poche difficoltà al signor Di Meo: l’uomo, oggi 58enne, ha avuto problemi di salute, personali ed economici tanto che ha dovuto lasciare Casal di principe per poi farvi ritorno solo molti anni dopo.

Già nel 2010 aveva chiesto di essere riconosciuto come testimone di giustizia, ma all’epoca quella figura non esisteva per la legge italiana e così la richiesta venne respinta. Quattro anni dopo l’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo insignì del titolo di Ufficiale della Repubblica per il coraggio mostrato nel denunciare il killer. Poi, nel 2015, Di Meo ha fatto domanda per essere riconosciuto vittima innocente della criminalità, ma il Ministero ha fatto valere la regola per la quale la domanda va presentata entro tre mesi dal passaggio in giudicato della sentenza: avrebbe dovuto quindi presentarla nel 2004.

“Siamo basiti – scrivono in un comunicato i responsabili del Comitato cui aderiscono anche i genitori e i fratelli di don Peppe – non pensavamo che avremmo dovuto manifestare il nostro smarrimento contro decisioni ministeriali in palese contrasto con la nostra idea di riscatto di un intero territorio, lasciato per anni nelle mani della criminalità organizzata. L’eccezione di improcedibilità opposta alla richiesta di Di Meo dal Ministero dell’Interno, e nello specifico dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, Area `Speciali elargizioni alle vittime del terrorismo e della criminalità di tipo mafioso´, non fa onore a nessuno”.

“Per perorare la causa di Di Meo – prosegue la nota – il Comitato don Peppe Diana, insieme al coordinamento provinciale casertano dell’associazione Libera e all’amministrazione comunale di Casal di Principe, si è fatto promotore di una petizione popolare che ha raccolto più di 40mila firme. Sottoscrizioni che chiedono di veder riconosciuto un diritto e che porteremo personalmente al prossimo Ministro dell’Interno nella speranza che il buon senso cominci a valere molto di più. Non ci fermeremo perché non possiamo e non vogliamo”.