Tommaso d’Amalfi, la commedia musicale ispirata alla controversa figura di Masaniello

Giustino Durano e Domenico Modugno
Giustino Durano e Domenico Modugno

La commedia musicale Tommaso d’Amalfi debuttò al teatro Sistina di Roma l’8 ottobre 1963 con la regia di Eduardo. Tra gli interpreti vi erano: Domenico Modugno, Liana Orfei, Giustino Durano, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, Antonio Casagrande, Gennarino Palumbo e molti altri.

Questo musical s’ispira alla figura di Masaniello, il protagonista della rivoluzione napoletana del 1647. In estrema sintesi, la storia è quella della rivolta sollevata a Napoli dal pescivendolo Tommaso Aniello d’Amalfi per ribellarsi alle tasse che vessavano il popolo. Quando scoppia la sollevazione, il Viceré si vede costretto a fare delle concessioni. Consigliato dal cardinale Filomarini tuttavia, riesce a tendere un tranello a Masaniello; lo convoca, infatti, per firmare il trattato di pace e gli fa pervenire un magnifico abito che egli dovrà indossare per recarsi a palazzo.

Masaniello, insospettito, è riluttante a vestire quei panni tanto preziosi con i quali sente di tradire la sua origine di uomo del popolo; il cardinale però lo convince della necessità di accettare il dono, facendo leva anche sulla religiosità dell’uomo. Quando il popolo lo vedrà con indosso un tale abito, inizierà a diffidare di lui e il Vicerè approfitterà per spargere la voce che Masaniello è impazzito.

Vistosi abbandonato da tutti reagisce in maniera violenta e, dopo essere stato arrestato dalle guardie del Vicerè, viene ucciso. Soltanto al funerale il popolo si renderà conto, ammonito dalla voce di Masaniello ormai morto, di aver subito una volta di più gli inganni di chi detiene il potere.

Uno spettacolo questo sicuramente troppo sfarzoso su tutti i punti di vista, ma secondo le teorie del Teatro Laboratorio, il gioco teatrale è un atto solenne di autoconoscenza collettiva. Il suo principio essenziale, materia fondamentale del teatro, è la creazione di un legame vivente tra gli uomini.

Il teatro si differenzia dalle altre avanguardie, anche se queste sono, in un certo senso esteticamente apparentate con esso. Queste avanguardie agiscono sia sotto il segno della regia che, secondo i principi della grande riforma una volta innovatrice ma oggi banale, nell’accordare diverse materie e discipline per fare un’opera spettacolare omogenea. Per cui, ci si chiede, cosa resterebbe al teatro senza questa sorta di filologia e sfarzosità? L’attore! lo spettatore!  perché costituiscono la cellula embrionale del teatro. È qui che nasce l’elemento iniziale del gioco. Per quanto è possibile, spogliamo il teatro di tutto quello che è estraneo a questo elemento. Il resto non ha che una funzione ausiliare.

Insomma, noi facciamo della materia del teatro la sua realtà. Il teatro così concepito, che chiamiamo povero in opposizione allo stile regnante di questo Tommaso d’Amalfi, che si appoggia su materiali ricchi ed eterogenei, costituisce per necessità il regno indivisibile dell’attore. Per me l’attore è tutto. Né il truccatore, né la musica, né le parole dello scrittore lo rimpiazzeranno. La regia?… forse sì. Ma come organizzazione del legame inter/umano attorno al motivo pilota. Il resto appartiene all’attore che nello spettacolo costituisce la materia e la forma, il modo e il contenuto dell’espressività.

(*) Direttore Artistico del Piccolo Teatro Cts di Caserta