“Tu quoque, Brute, fili mi!”, il 15 marzo del 44 a.C. fu assassinato Gaio Giulio Cesare

L'assasinio di Giulio Cesare

In questi giorni di grande tensione si fa appello all’unità del nostro Paese, alla memoria di una storia che resta la più straordinaria del mondo.

Tra le icone della grandezza italica non si può non annoverare Gaio Giulio Cesare, morto il 15 marzo del 44 a.C., le idi di marzo, dopo aver portato Roma e l’Italia all’apogeo della loro potenza. Dominatore della scena politica romana dal 63 a.C., militare, imbattibile stratega, nonché console e dittatore, proveniente dalla gens Iulia, prima di essere l’uomo che ad oggi conosciamo per le sue imprese vittoriose, Cesare iniziò la  carriera come esponente del partito dei populares.

Dotato di un’immane capacità intuitiva e strategica, seppe abilmente, muoversi nello scenario politico della sua città fino ad averla completamente nelle sue mani. Abile stratega strinse il famoso primo triumvirato nel 60 a.C. con il senatore Gneo Pompeo e Marco Licinio Crasso. Allontanatosi, per ben otto anni dalla terra italica, per ottemperare ai suoi compiti di proconsole in Gallia, organizzò una milizia potentissima che lo avrebbe seguito sulla via del ritorno in patria.

All’ultimatum del senato romano, in particolare a Pompeo, che gli intimò di congedare il suo esercito, perché in caso contrario sarebbe stato considerato “nemico pubblico,”  Cesare rispose con la celeberrima frase: “Alea iacta est”, il dado è tratto. Attraversato il fiume Rubicone ed entrato in Italia con le sue truppe, il sagace condottiero diede inizio alla guerra civile che lo vide dictator assoluto della città eterna. “Scacco matto”, eliminate le sue pedine, la potenza di Cesare non ebbe più ostacoli e neanche confini: Roma diverrà padrona di vastissimi territori nonché caput mundi.

La fine dell’ “età cesariana” non tarderà ad arrivare: Cesare, non riuscirà a prevedere i colpi funesti del subdolo complotto di palazzo: un gruppo di senatori, guidati da Marco Giunio Bruto, che Cesare considerava come un figlio, compirono il famoso cesaricidio.

Scrisse Svetonio: Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava contro di lui: Anche tu, o Bruto,  figlio mio?.” Questo drammatico epilogo pose fine alla vicenda umana di Cesare, ma non alla sua gloria che resterà eterna nella storia di ogni tempo.