Un caso di malasanità, voleva dimagrire ma comincia un calvario

La storia della cinquantacinquenne di Formia, inizia nel febbraio 2009, quando viene ricoverata presso la Casa di Cura San Carlo di Milano per sottoporsi ad un bendaggio gastrico in videolaparoscopia. In seguito, nel settembre dello stesso anno, si rivolge in urgenza all’ospedale di Formia per una subocclusione intestinale in portatrice di bendaggio gastrico. Qui, viene eseguita in laparotomia una ‘lisi’ della briglia intestinale.

Il dolore però persiste e la donna, nel gennaio del 2011, si reca al Policlinico di Monza dove, nell’ambito dell’analisi degli esiti del bendaggio, viene sottoposta ad ‘esagogastroduodenoscopia’ per decubito intragastrico. Di comune accordo con la paziente, i medici non le rimuovono il bendaggio gastrico, ma solo il port. Le complicanze, non tardano a presentarsi e nell’aprile del 2012 la cinquatacinquenne si rivolge all’azienda ospedaliera Sant’Andrea di Roma, dove i medici denotano il bendaggio gastrico decubitato in stomaco. La scelta è quella di rimuovere la ‘lap band’, ovvero il bendaggio ormai decubitato.

Nonostante i molteplici interventi, la paziente non risolve il problema ovvero quello di una stipsi acuta con consequenziali occlusioni intestinali. Nel maggio del 2016, quindi, si rivolge all’Istituto ortopedico del Mezzogiorno Ganzirri di Messina con diagnosi d’ingresso di obesità. Qui i medici decidono di applicare un mini bypass gastrico con viscerolosi in videolaparoscopia. L’intervento viene eseguito ma nello stesso giorno la paziente viene sottoposta a sutura perché perforata. Il giorno dopo l’intervento i medici refertano una nuova perforazione intestinale, che viene poi suturata.

L’intero iter della cinquantacinquenne è complesso, ma nell’ultimo episodio sanitario ci sono state negligenze da parte dei medici che sono intervenuti sulla paziente. Ragion per cui, la donna ha deciso di intraprendere una battaglia giudiziaria nei confronti dell’Istituto ortopedico del Mezzogiorno Ganzirri di Messina. “Un primo elemento di censura – spiega Luca Supino di Lorenzo, esperto in diritto sanitario e responsabilità per colpa medica, che difende la donna – si ravvisa nella decisione dei sanitari di avviare un intervento laparoscopico in paziente con multipli pregressi interventi chirurgici addominali. Tale condizione, certamente rendeva il prescelto intervento gravato da maggiori rischi di perforazione intestinale aderenze viscero-viscerali e viscero-parietali secondarie ai precedenti atti operatori”. Inoltre, spiega ancora l’avvocato Supino Di Lorenzo, “ulteriore profilo di criticità, attribuibile in capo ai sanitari dell’istituto messinese, è dato dalla introduzione dell’ago di Verres e dalla inserzione alla cieca del I trocar senza visione diretta delle strutture sottostanti. Ciò ha, infatti, determinato una duplice perforazione intestinale che ha reso necessario un intervento di laparatomia e di una re-laparatomia il cui exitus è consistito nell’ulteriore danno a carico della parte addominale”. Per queste ragioni, il risarcimento richiesto all’istituto messinese è relativo ad un danno non solo biologico, ma anche morale, esistenziale ed estetico. Ora, alla donna resta da aspettare la decisione della magistratura in merito al risarcimento dei danni subiti.