Un re nato a Santa Maria Capua Vetere: Roberto D’Angiò

Roberto D'Angiò
Carlo I d’Angiò – Palazzo Reale di Napoli, particolare

Roberto d’Angiò nacque nel 1276 a Santa Maria Capua Vetere da Maria Arpad d’Ungheria e Carlo II d’Angiò, detto “lo zoppo”, e morì il 20 gennaio del 1343 a Napoli.

Appena undicenne, insieme ai fratelli Ludovico e Raimondo Berengario, fu ostaggio del re Alfonso III d’Aragona, durante i Vespri Siciliani.

La pace fu formalmente raggiunta con il trattato di Anagni, patrocinato da Celestino V nel 1295 ed ulteriormente ratificato da Bonifacio VIII due anni dopo.

Nel 1297, quindi, Roberto, in cambio della rinuncia alla corona sicula da parte di Giacomo d’Aragona, il quale sposò Bianca d’Angiò, sorella del nostro, prese in moglie la sorella di Alfonso, Violante, che morì nel 1302 e da cui ebbe Carlo e Luigi.

La pace in Sicilia, tuttavia, non fu raggiunta: i baroni locali opposero agli Angioini il fratello di Giacomo, Federico III d’Aragona, il quale, sconfisse a Falconara Roberto ed il fratello Filippo I di Taranto.

La fallimentare spedizione di Carlo di Valois non risolleverà le sorti del conflitto, che terminò con la Pace di Catabellotta dell’agosto del 1302, che mise fine alle pretese angioine sull’isola, la quale rimarrà possedimento aragonese fino al 1516.

Nel 1305 divenne Capitano della Lega Toscana ed il 3 Agosto 1310, morto il padre nel 1309, fu incoronato da Papa Clemente V re di Napoli, Sicilia ed Avignone.

Nel frattempo, nel 1304, sposò Sancha d’Aragona, con cui condivise un’ortodossa fede religiosa e da cui non ebbe figli.

Fu designato nel ruolo di sovrano dal padre, all’indomani  della morte del fratello Carlo Martello, secondo i malevoli avvelenato dal nostro, e della scelta di Ludovico di abbracciare la vita religiosa. A dire la verità, stando a quanto asserisce Vittorio Gleijeses nella sua Storia di Napoli, in qualità di Vicario del padre era, difatti, monarca già da diversi anni.

Sin da subito, come del resto aveva fatto anche il genitore, Roberto si pone come difensore del Pontefice e, quindi, campione dei Guelfi.

In tale qualità dovette affrontare Arrigo VII, salutato dai ghibellini e da Dante  quale liberatore dell’Italia dalla tirannide temporale della Chiesa.

Calato in Italia ed entrato in Roma dovette fronteggiare le truppe angioine accampate nel Vaticano e, perciò, Roberto fu apostrofato dal Re dei Romani vassallo ribelle.

Più volte invitato a combattere in campo aperto dall’imperatore, il nostro seppe sempre muoversi con destrezza, evitando i tranelli tesigli dal nemico.

Carlo D'AngiòL’attendismo e la prudenza del re di Napoli, insieme ad un gran colpo di fortuna, furono le componenti che gli permisero di assumere il prestigio necessario ad essere riconosciuto, una volta di più, campione dei papali: quando nell’estate del 1313 il lussemburghese mosse il proprio esercito a nord, verso la Toscana, le truppe guelfe, su suggerimento dell’Angioino, rinunciarono a combattere e, come già detto, furono premiate dal caso, che volle che l’Arno straripasse, che, quindi, le truppe imperiali rimanessero senza viveri e che Enrico morisse il 24 agosto 1313, di malaria.

Stabilizzato il fronte settentrionale, il re concentrò la propria attenzione sulla riconquista della Sicilia, nell’estate del 1314, senza ottenere alcun successo rilevante a causa dell’accanita difesa di Federico III e venendo costretto ad una tregua di 14 mesi.

Le sue truppe in Toscana, inoltre, subirono, delle sconfitte: nel 1315 a Montecatini e ad Altopascio, sortendo l’effetto di rinfrancare le truppe ghibelline, le quali sembravano mortalmente indebolite dalla morte del loro campione.

Si vociferava, addirittura, che gli imperiali si fossero alleati con Caterina, vedova dell’imperatore, e Federico d’Aragona, contro il Papa e l’Angiò. Roberto, con un capolavoro di diplomazia scongiurò questa minaccia, facendo sposare la donna con il figlio Carlo, Duca di Calabria, privando i ghibellini della stessa ragion d’essere; il 12 maggio del 1317, a Castel Nuovo, fu raggiunta la pace fra papali ed imperiali.

Il re ed il nuovo Papa, Giovanni XII, furono presi di nuovo fra due fuochi quando Ludovico il Bavaro guidò il proprio esercito nella penisola, schierandosi con la Sicilia e favorendo la rivolta scoppiata nell’Urbe, capeggiata da Sciarra Colonna, che portò alla cacciata delle truppe angioine e del Pontefice, che indisse, allora, una crociata contro l’imperatore. Roberto partì per la guerra imbracciando la croce sul sagrato della cattedrale di Napoli “per la difesa di Dio e della Chiesa”.

Nonostante i ripetuti scacchi subiti dalla flotta aragonese, nel 1330, a Pisa, si giunse ad una pace, mentre il re perdeva il figlio Carlo, l’unico erede. A salire al trono dopo la dipartita di Roberto fu Giovanna I, figlia del Duca di Calabria.

Nel 1338, poi, furono tentate altre due spedizioni contro la Sicilia, ma entrambe fallirono, e per le pestilenze e per le epidemie.

Roberto chiuse gli  occhi il 20 gennaio del 1343, quattro giorni dopo aver redatto il proprio testamento, in cui designava la nipote come erede del regno.

Prima di passare ai giudizi storici, vanno spese alcune parole sull’operato dell’angioino al di là della mera opera di statista.

Possiamo, però, anticipare una cosa: Roberto fu detto savio e saggio dai contemporanei e la sua fama di re giusto è pervenuta anche ai posteri.

La religiosità di Roberto, ad esempio, non fu di solo stampo politico, ma, anzi, polemizzò con Giovanni XXII e Benedetto XII per aver contravvenuto al divieto di ospitare i Fraticelli Spirituali di Santa Chiara.

La moglie Sancia ed il nostro furono così affezionati a questo ordine monastico da alimentarlo con molte elemosine, cosa che, inoltre, facevano con il volgo, smentendo la fama di taccagno che Roberto si portava addosso.

Durante la sepoltura l’Angiò fu avvolto in un saio francescano, mentre la moglie chiese al Papa di poter sciogliere il matrimonio per ritirarsi in convento.

Al re francese si devono importanti cambiamenti nella capitale, resa una grande città europea:la rete urbanistica divenne più simmetrica, le strade furono pavimentate e ne furono costruite altre, bonificò la zona dell’attuale Maddalena, ordinò la definitiva ristrutturazione di Castel dell’Ovo e, soprattutto, favorì un piano di generale risanamento.

Sotto Roberto iniziò l’urbanizzazione del Vomero e la costruzione della Certosa di San Martino, nel 1325, che, stando al progetto primordiale, sarebbe dovuta essere ancor più grandiosa.  Abbellì il Duomo e, a testimonianza della pietas e della bonarietà che contraddistinsero il suo regno, fece edificare la Basilica di Santa Chiara, nell’anima del centro storico napoletano. Immediatamente dietro l’altare maggiore è presente il suo monumento funebre, realizzato da Giovanni e Pacio Bertini.

L’angioino, colto mecenate, pare abbia collaborato, insieme al Petrarca, ad una Pictura Italiae. Non sarebbe la sua unica produzione letteraria: scrisse ben 289 sermoni, di cui 179 (61%) d’argomento liturgico ed altri perlopiù di stampo propagandistico. Su quest’ultimo argomento torneremo più tardi.

Roberto non fu solo un erudito, un urbanista ed un sagace politico, ma si seppe distinguere anche nell’amministrazione del regno e della capitale in particolar modo, seguendo le orme del padre: la magistratura cittadina era formata da sei eletti, dei quali due del popolo, ed in generale le casse dello Stato, pur essendo in continua sofferenza per via delle reiterate ostilità con gli imperiali e la Sicilia, ressero per tutta la durata del regno.

Come detto prima, nella parte finale dell’articolo, ci dedicheremo al tema della propaganda alla corte napoletana, a partire dalle considerazioni di Alessandro Barbero.

Essendo l’Italia dell’epoca un microcosmo estremamente variegato, era necessario indurre le masse a scegliere uno schieramento piuttosto che un altro: come si è abbondantemente detto, il nostro parteggiò sempre per la Chiesa.

Ma parteggiare per la Chiesa significava anche andare contro l’imperatore ed il re lo faceva in maniera del tutto particolare. Ricorrente tema della propaganda anti imperiale è la caducità del male, destinato a dissolversi sotto i colpi del bene, rappresentato dalla Fede, di cui il Re dei Romani era dunque nemico: “non est durabile neque permanens, quia est contra naturam“. Viene addotto come esempio di questa tesi la disgregazione dell’impero, intesa come restauratio iuris primitivi ; dice il Barbero che Enrico VII del Lussemburgo è dipinto alla stregua di un Domiziano, un Nerone o un Barbarossa.

Non sono i soli sermoni regi, però, a fare propaganda guelfa: gli stessi legati hanno come principale direttiva quella di screditare l’imperatore e sobillargli contro le masse. Ed a proposito di masse, Roberto cercò di coinvolgerle nel proprio disegno politico proclamandosi campione della causa italiana contro la feritas teutonica; non si tratta, però, di un’argomentazione originale: già l’Alighieri, nel celeberrimo passo del VI canto del Purgatorio si rammaricava per la mancata incoronazione di Alberto d’Asburgo, visto come il pacificatore della penisola.

Le invettive contro il secolare avversario sono spesso velate da citazioni bibliche: se gli Angioini sono i buoni Ebrei dell’Antico Testamento, gli imperiali sono i Samaritani o i Filistei.

La propaganda Angioina si celò anche dietro monumenti ed opere d’arte, come le splendide miniature del napoletano Cristoforo Ormini di una delle più belle Bibbie trecentesche giunte a noi, oggi conservata nelle Fiandre, nella biblioteca Maurits Sabbe della facoltà di Teologia della città di Leuven, in cui, una volta di più, Roberto d’Angiò è presentato nelle vesti di difensore della Cristianità.

Il celebre Simone Martini, inoltre, realizzò nel 1317, anno della canonizzazione di Ludovico, il fratello del re che abdicò per darsi alla vita monastica, un dipinto in cui il santo, su un trono e con uno scettro, incorona Roberto, in preghiera. Dal punto di vista prettamente propagandistico l’opera ha due significati: il primo, il più banale, è quello di rappresentare la religiosità della famiglia; il secondo meno evidente e più subliminale è denotare come il potere reale abbia ascendenza divina. L’opera è oggi conservata nel Museo di Capodimonte.

In conclusione, come giudicheremo l’operato di questo re? In maniera positiva, certamente, come del resto hanno già fatto molti studiosi. Gli si può rimproverare la mancata riconquista della Sicilia, ma è anche vero che riuscì, come abbiamo dimostrato, a mantenere un certo equilibrio in Italia, rinunciando a combattere se non necessario e preferendo la via della diplomazia.

Forse la sua pecca più grave fu la mancanza di perizia militare, ma è ben poca cosa se si pensa agli altri ambiti dello scibile in cui ha eccelso. Se però la Trinacria fosse stata presa, contando sull’appoggio della Francia ad Ovest, e dell’Ungheria (gli Angiò avevano anche un ramo parentale ungherese), il regno di Napoli sarebbe potuto, il condizionale è d’obbligo, divenire potenza egemone nel Mediterraneo.