Violenza domestica, le vittime del lockdown: non uccide solo il Covid-19

Durante il periodo del precedente lockdown, il fenomeno della violenza domestica ha visto triplicare il numero delle vittime. È noto il caso di una donna cinquantaduenne, picchiata a morte dal proprio compagno e deceduta a causa di una lacerazione traumatica della milza. Altro caso emblematico riguarda una ragazza ventisettenne, studentessa di medicina, morta a causa di uno strangolamento subito dal fidanzato.

Come si manifesta la violenza domestica? La violenza presuppone vi sia la presenza di uno squilibrio tra due protagonisti, ossia il maltrattante e il maltrattato, dove il primo cercherà di prevaricare sul secondo. Chiunque può esserne vittima.

Come spiega Leslie Morgan Steiner nel monologo portato avanti per TED nel 2013, “La violenza capita a tutti. Non conosce istruzione, stipendi, razza o religione”, si radica in relazioni durature e nelle famiglie. Il maltrattante può esse chiunque, dall’uomo d’affari al contadino. Nei primi momenti si mostra molto sensibile, affascinando e guadagnandosi la fiducia della vittima. Le ragioni che lo spingono ad agire in modo violento possono essere molteplici, come ad esempio, l’ignoranza derivata dal retaggio culturale di una società patriarcale e misogina e/o l’esserne stato vittima a sua volta.

Il maltrattante agisce utilizzando forme di violenza fisica, ben evidenti e visibili a occhio nudo. I segni si manifestano in lividi ed ematomi causati da percosse; nei casi più gravi, la vittima può essere sottoposta anche a violenza sessuale attraverso lo stupro o le molestie sessuali. Diversamente, la violenza psicologica non è visibile e può rimanere nascosta per anni, ma è devastante tanto quanto quella fisica. È una vera e propria forma di abuso che va ad intaccare la visione che la donna ha di sé stessa.

L’abuso psicologico si manifesta attraverso la violenza verbale come critiche, ingiurie, umiliazioni ed insulti e attraverso la violenza economica privando la vittima della propria indipendenza e costringendola a non lavorare. A livello sociale, la vittima viene allontanata dalla propria rete amicale e familiare.

Ascione (1994) ha teorizzato la cosiddetta spirale della violenza, ponendo l’accento su come essa va evolvendosi man mano e vede il susseguirsi di: 1) Intimidazione; 2) Isolamento; 3) Svalorizzazione; 4) Segregazione; 5) Violenza fisica; 6) Violenza sessuale; 7) False riappacificazioni; 8) Ricatto. Così facendo, il maltrattante guadagna terreno fertile per giungere al proprio scopo: il controllo totale dell’altro.

Perché la vittima rimane? La vittima, inizialmente, non sa che sta subendo un abuso poiché tutto parte da un episodio singolo e improvviso che coglie la vittima impreparata e che la porterà a giustificare tali comportamenti. Quando acquisisce consapevolezza della reiterazione degli episodi, non agisce per paura.

Sembra un’azione facile lasciare un partner violento, ma è pericoloso, dal momento che spesso l’ultimo tassello della violenza domestica è l’omicidio. Quali sono le conseguenze? La vittima riporta molte conseguenze nel breve e nel lungo termine.

Innanzitutto, può riportare traumi fisici come lesioni e fratture. Dal punto di vista psicologico, la vittima potrebbe riportare un disturbo post traumatico da stress che si potrebbe articolare in stati ansiosi, paura, panico, stati depressivi, problemi alimentari. L’emergenza dovuta alla pandemia ha acuito la preoccupazione riguardo il fenomeno della violenza dal momento che spesso si consuma tra le mura domestiche.

Da un lato, le vittime si sono ritrovate costrette a rimanere in casa con il maltrattante, dall’altro lato, hanno visto diminuire la possibilità di recarsi presso le strutture alle quali chiedere aiuto e supporto. L’Istat ha riportato che da Marzo a Giugno 2020, il numero di richieste di aiuto per sé o per altri, arrivate al numero 1522, sono raddoppiate rispetto allo stesso periodo del 2019 (+119%). La crescita delle richieste di aiuto tramite chat è quintuplicata.

Cosa la vittima può fare per uscirne? Sembra banale, ma parlarne è la prima via di uscita. “La violenza prospera solo nel silenzio, è una trappola travestita di amore” (Leslie Morgan Steiner). Per continuare a dare il giusto aiuto e sostegno, è attivo il numero anti-violenza e stalking 1522 di cui è stata creata l’app di messaggistica per chiedere aiuto in maniera silenziosa.

Un’ iniziativa lodevole è stata l’attivazione del servizio di segnalazione di casi di abuso e maltrattamento attraverso l’app della Polizia “YOUPOL”. “Mi dia una mascherina 1522”, è la frase in codice per denunciare la violenza domestica in farmacia. Basterà, infatti, pronunciare questa frase al proprio farmacista, per attivare una rete d’aiuto.

Spesso è opportuno iniziare un percorso di psicoterapia individuale nel quale la donna o, più in generale, la vittima di violenza, abbia la possibilità di riappropriarsi di una giusta immagine di sé, di un’idea di amore sano verso sé stessi e verso gli altri. Il percorso terapico dà la possibilità di dare la giusta collocazione alla vergogna, ai sensi di colpa e al dolore provato.

Se sei a conoscenza di casi di violenza domestica o sei vittima di essa chiedi aiuto, denunciando alle autorità competenti e iniziando un percorso con uno specialista.

A cura di: Dott.ssa Angelino Daniele Giuseppina; Dott.ssa Antico Martina; Dott.ssa Castaldo Chiara; con la supervisione dello Psicologo Elpidio Cecere.